E’ necessario parlare la lingua inglese per essere europei? (parte 1)

Una conferenza il cui titolo lancia una sfida preoccupante: è necessario parlare la lingua inglese per essere europei?

Una conferenza che, con un grido di allarme e di sfida, ci proietta in un futuro prossimo ma al contempo ci riporta indietro all’epoca in cui Churchill, con parole sacre, asserì nei suoi tratttati del 1943:

The Power to control the language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind“. – Il potere di controllo sulla lingua offre ai conquistatori vantaggi ben maggiori che aggiudicarsi nuovi territori o nuovi paesi. Gli imperi del futuro saranno gli imperi della mente. “

D’altronde l’inglese Robert Phillipson col suo libro ” Linguistic imperialism “,  pubblicato nel 1992,  mette in guardia noi europei quando ci rivela che la lingua inglese diverra’ la lingua dominante, destinata a sostituire le altre lingue e le loro interpretazioni del mondo; a suo dire, i paesi non anglofoni finiranno con l’assorbire in maniera graduale e naturale i valori anglosassoni grazie allo studio della lingua Inglese.

In questa conferenza, a cui hanno preso parte un centinaio di persone, fra le quali ambasciatori di vari Paesi dell’Unione Europea, professori universitari dalla Francia, Spagna e Italia, direttori di grandi gruppi industriali internazionali e il direttore dell’osservatorio europeo del plurilinguismo,  si e’ discusso, quindi ed inevitabilmente degli effetti perversi in termini di discriminazione e restrizione di espressione della democrazia.

Le conclusioni del  dibattito dei partecipanti al congresso possono riassumersi nei seguenti punti:

  • La lingua inglese è in posizione dominante ed egemonica in seno alle istituzioni europee.
  • Il francese, lingua dei tre paesi fondatori, ha perduto il suo rango dominante all’interno dell’Unione Europea.
  • La lingua tedesca (la prima lingua europea per numero di parlanti) e l’italiano non sono in grado né di controbilanciare né di contrastare una tale egemonia linguistica.

Negli stati membri, la lingua inglese è oramai la seconda lingua insegnata in tutte le scuole materne (tranne in Italia, o nella maggior parte delle scuole materne italiane, ma per un’ovvia e vergognosa politica di tagli dei costi del nostro governo) ed è già riconosciuta come lingua di trasmissione dei saperi nell’insegnamento superiore.

Pare che anche la Francia, sebbene sia stata sempre la più conservatrice nelle sue politiche linguistiche, non sfugga a questo processo di anglicizzazione.

Il francese ed il tedesco non sono più considerate lingue internazionali; di fatto, saranno regolamentate come lingue “regionali” dell’Unione Europea, senza averne un proprio statuto.

Per assurdo, pare proprio che la qualità della cittadinanza europea sia condizionata dalla matrice della lingua inglese e, soprattutto, il livello di conoscenza della lingua inglese determinerà la propria evoluzione sociale e gerarchica.

Occorre fare qualcosa e presto, tutti uniti, per ostacolare un tale “scempio”, un tale disastro linguistico-sociale, e l’ineluttabile appiattimento culturale che ne consegue, sostenendo a spada tratta  l’uso e la diffusione della propria lingua nazionale all’interno delle Istituzioni Europee, chiedendo in primo luogo a tutti i nostri rappresentanti e funzionari nazionali all’interno dell’UE  di rivendicare il diritto di ognuno di noi all’informazione ed all’interazione nella propria lingua nazionale.

E che dire delle varie aziende, sempre più numerose a livello europeo, che decidono di adottare l’inglese come unica lingua di comunicazione personale ed interpersonale?

Al di là dei problemi intrinseci legati all’uso della lingua inglese, al di là delle difficoltà di accento e di fatica legati all’uso di una lingua” vernacolare ” diversa da quella che ha segnato tappe importanti nella nostra storia nazionale, che distingue la nostra identità culturale,  l’uso “abusivo” dell’inglese in azienda come lingua “ufficiale” causa dei problemi di tipo “democratico” alla maggior parte dei lavoratori stipendiati, che talvolta hanno una scarsa consapevolezza di questo fenomeno e delle sue implicazioni sul piano diacronico e psicologico.


La perdita della propria identità

Quanti italiani sono ancora in grado di dire nella propria lingua business, layout, plugin, browser oppure email?

In qualsiasi epoca storica le parole sono state trasmesse da una lingua ad un’altra per colmare le lacune esistenti nella seconda. Tuttavia, negli ultimi decenni, un’unica lingua penetra tutte le altre, e non tanto per colmare delle lacune, ma per sostituire delle parole già esistenti nelle lingue bersaglio; ineluttabilmente l’inglese suscita un sentimento di odio (con i rischi psicosociali connessi) in numerose persone che non lo parlano correntemente.

Cosa POSSIAMO fare nell’immediato per affrontare la politica di anglicizzazione?

  1. Fare rispettare i diritti linguistici ancora precisati nel codice dei lavoratori da un punto di vista sindacale
  2. Acquisire il più possibile e diffondere coscienza delle conseguenze socio.economiche legate alla lingua.
  3. Esigere sempre ed ovunque il diritto di comprendere.
  4. Vigilare sul primato della propria lingua nel proprio Paese e sulla sua qualità.
  5. Opporsi all’uso dell’inglese in azienda come lingua sostitutiva all’italiano (o a quella di un altro paese europeo)
  6. Proporre la creazione di una commissione di terminologia e di un referente linguistico.
  7. Proporre, sia a livello di formazione (per ogni ordine e grado di scuola) l’adozione di un Quadro Comune di Riferimento per la conoscenza delle lingue.


Per coloro che dubitano dell’esistenza di un imperialismo linguistico e culturale per coloro che considerano la diffusione dell’inglese come un fenomeno completamente naturale, si consiglia la lettura del prossimo post……  E’ necessario parlare la lingua inglese per essere europei? (parte 2)

A presto Claudia.

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2 Commenti a “E’ necessario parlare la lingua inglese per essere europei? (parte 1)”

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